Carlo Sini filosofo e docente Università Statale di Milano ha accettato di riflettere con noi sul tema del fine vita.

Ecco l’intervistaSINI

Secondo lei, il fatto che il fine vita e la fine sia per la nostra cultura  un tabù, un tema da evitare, di cui non parlare  è un sentimento legittimo da difendere  oppure occorrerebbe sfidare?

Che la morte nella nostra cultura sia diventata un tabù, qualcosa quasi da nascondere se non addirittura di cui vergognarsi, dipende certamente, come è stato detto varie volte, da una sorta di amore diffuso per l’efficientismo e il successo, per la buona salute e la giovinezza, quindi per l’autopromozione individualistica ed edonistica.

Questi tratti vanno di pari passo con una cultura sostanzialmente caratterizzata dalla società di massa e allineata ai suoi fenomeni: conformismo esasperato, manifestazioni di isterismo collettivo, identificazione di valore e successo, valore e denaro, valore e visibilità, valore e popolarità. Non vi è nulla di simile nel lutto privato, sicché la morte, in una società governata nel costume e nella vita politico-sociale dalla mentalità “di massa”, è accolta solo come fenomeno appunto di massa, con manifestazioni esasperate, pianto e disperazione collettivi, non di rado suicidi di accompagnamento ecc. Tipico al riguardo il celebre episodio di lutto ed esequie di massa per la morte, causata da un incidente d’auto, di una principessa inglese (oggi sempre meno ricordata o pressoché dimenticata).

Vorrei aggiungere che nondimeno in questa desacralizzazione di massa della morte pubblica sembrano riemergere anche costumi di tempi assai più antichi, quando la morte era comunque vissuta come un fenomeno collettivo e il suo tratto destabilizzante e tremendo era appunto esorcizzato in forme rituali fortemente partecipative.

 

Come affrontare la madre di tutte le paure: la paura della morte. Quali sono le origini  di questa paura?

Le origini del timore della morte caratterizzano in modo essenziale l’apparizione del mondo umano. L’animale, per così dire, non “vede” e soprattutto non celebra la morte, sicché le sepolture sono per eccellenza i primordiali fenomeni antropologici. La visione della morte è probabilmente un fenomeno connesso all’apparizione del linguaggio: la presenza della parola articolata fa sì che sia percepibile, per dire molto in fretta, la differenza tra il cadavere e il nome, lo spirito e il “resto”. Naturalmente questo insieme di fenomeni coincidenti dovette prendere molto tempo per imporsi e perciò attraversare fasi innumerevoli, come le differenti maniere di celebrare le esequie e di conservare il cadavere e la memoria del morto stanno a testimoniare in tutte le epoche a noi note delle varie civiltà e culture.

Alla base c’è indubbiamente il desiderio di vita eterna da parte degli umani, il che comporta una consapevole distinzione tra mortali e immortali, umano e divino, mondano e ultra mondano. Ne deriva che le evoluzioni del sentimento religioso modificano anche la percezione della morte e la natura della sua celebrazione. Forse il nostro futuro si aprirà a una concezione meno negativa del morire. La consapevolezza della strutturale finitudine della nostra vita e delle sue espressioni potrebbe essere vissuta non come una disgrazia, ma come la condizione del valore e della dignità del nostro essere e del nostro fare. La morte, in realtà, è un fattore determinante della trasmissione di ciò che merita memoria ed elaborazione; è essa che, in modi imperscrutabili, decide che cosa sono o saranno i nostri “resti”, le nostre memorie e con essi il senso della nostra vita personale. Già Francesco, del resto, concepiva la morte come sorella temporale.

 

dopo anni di studi e di ricerche filosofiche si è fatto un’idea di cosa ci sia oltre la morte dopo la vita?

A mio avviso la filosofia non ha il compito di proporre profezie, sostegni razionali o critiche alla fede, immaginazioni e discorsi “trascendenti”. La filosofia, per come io la intendo, deve piuttosto descrivere e comprendere i fenomeni della vita così come noi li incontriamo nella nostra esperienza. In questo senso le immaginazioni relative a possibili “al di là” fanno totalmente parte della vita mondana, dell’ “al di qua”, e possono trovare in essa la loro chiarificazione e spiegazione. Come diceva il grande Abelardo: mi si chiede di credere, ma ditemi, vi prego, “che cosa” devo credere. La filosofia è impegnata a stabilire in che consista esattamente questo “che cosa”: chiunque provi a farlo scoprirà che è un’impresa già molto difficile e complessa.

 

 

Carlo  Sini